Il seme che non voleva crescere
C'era una volta un seme di girasole che non voleva crescere.
Stava sotto terra, in un buchetto tiepido, e ci stava benissimo.
— Qui è buio, è caldo, e nessuno mi disturba — diceva. — Perché dovrei uscire?
Intorno a lui, gli altri semi si stiracchiavano. Mettevano fuori una radice, poi un germoglio, e su, su, verso l'alto.
— Vieni! — lo chiamavano. — Lassù c'è il sole!
— Il sole brucia — rispondeva il seme.
— C'è il vento!
— Il vento spettina.
— C'è la pioggia!
— La pioggia bagna. No, grazie. Io resto qui.
Passò di lì un lombrico, che di terra se ne intendeva.
— Buongiorno, seme. Come mai sei ancora chiuso?
— Perché ho paura — disse il seme, pianissimo. Era la prima volta che lo diceva. — Qui so com'è. Lassù non lo so.
Il lombrico ci pensò su, come fanno i lombrichi, cioè lentamente.
— Io lassù ci vado poco — disse. — Ma una cosa la so. Tu, dentro quel guscio, hai un fiore intero. Con il gambo, le foglie, i petali gialli. È tutto lì, piegato piccolo piccolo. E finché resti chiuso, non lo vedrà mai nessuno. Nemmeno tu.
Il seme rimase zitto.
Quella notte piovve. L'acqua scese nella terra, fresca, e bussò piano al suo guscio. Toc. Toc.
— Solo una radice — disse il seme. — Per provare.
Mise fuori una radice. Non successe niente di brutto. Anzi: la terra era buona da bere.
— Solo un germoglio. Per vedere.
Spinse. Spinse ancora. La terra si aprì e…
Luce.
Tanta luce, dorata e calda, che gli fece il solletico. Il vento lo dondolò piano. Una coccinella gli si posò sopra e disse: — Benvenuto!
Il germoglio guardò in su. Il cielo era immenso e azzurro, molto più grande del suo buchetto.
— Ah — disse. — Ecco com'è.
E da quel giorno crebbe, un pochino alla volta. Finché, in piena estate, aprì un fiore grande e giallo, con la faccia sempre girata verso il sole.
Proprio quello di cui aveva avuto tanta paura.